australamerica

Cono sur e coni d'ombra, tropici e topici antropici


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Il barbiere di Rio, Blanco.

Dopo una settimana che il tuo socio di viaggio si guarda scettico allo specchio, che si prende il ciuffo tra le dita e scuote la testa,  capisci che non si può più rimandare, che è arrivato il momento di andare dal barbiere. La padrona di casa ci consiglia Bruno, dove vanno i figli. Il nome ci piace, è lo stesso del barbiere napoletano del socio, e lo stesso del primo barbiere di cui ho memoria: seduto sul cavalluccio, ascoltavo gli avventori parlare di calcio, li osservavo mentre sfogliavano distrattamente quei giornaletti a me proibiti, guardavo affascinato la sigaretta perpetua pendere dalle labbra di Bruno. Era molto prima che arrivasse il fashion, prima che il maschio cedesse il passo al metrosexual.
Insomma, puntiamo tutto sul nomen omen e usciamo di casa. Arrivati a calle Rio Blanco, al numero cuarenta y dos, ci troviamo davanti questa insegna:
Bruno
Sgraniamo gli occhi, e anche un pallino di rosario: santo Raffaele da (via) Gorizia, protettore del turista tricotico, prega per noi. Poi, ci facciamo coraggio ed entriamo. Quello che presumibilmente è Bruno, è già all’opera su un’altra testa, ma subito si alza il suo aiutante, che ci chiede chi vuole essere il primo. Utilizzando biecamente la mia maggiore padronanza della lingua, dico: “Él”, e gli do in pasto il socio. Grave errore tattico, perché, da dietro un giornale, fa capocella il secondo aiutante, molto, ma molto più aitante: un braccio suo è una gamba mia. Mi siedo rassegnato, corvo rosso avrai il mio scalpo. E invece,  il taglio si va delineando così come glielo avevo chiesto;  la mano è granitica, ma il tocco è delicato. Lui nota la mia aria sorpresa e il suo sguardo è eloquente, sembra dirmi: ‘a giovino’, ‘sta mano po’ esse’ sasso e po’ esse’ forbice, oggi è stata forbice. Il socio, intanto, cerca di difendersi come può dalla raffica di domande dell’aiutante numero 1, un panzer della chiacchiera da salone. Messo alle strette, ammaina il tricolore e tira fuori “l’arma fine di mondo”: il bomber Cavani. Ed è subito complicità. La prova degli specchi incrociati, quando il barbiere ti mostra come ti ha combinato nuca e dintorni, non guasta il clima, ci alziamo soddisfatti. Un attimo prima dei saluti, anche il braccio violento della forbice si getta nell’agone chiacchierone e mi fa qualche domanda. Io mi tengo sul generico, ma, mentre parliamo, mi scappa una parola parecchio spagnola. Me ne rendo conto e commento che qui, in sudamerica, la pronuncia è un po’ diversa dal castellano; che la cosa mi piace e che mi sto abituando. Al che, Maciste si illumina e mi dà una dritta di fonetica, machista: mai, e sottolinea mai, dire “gliuvia”. La “ll” e la “y” si prounciano “j” (come la j francese). Si dice “jiuvia”, dire “gliuvia”, è gay. Prendiamo nota e prendiamo il largo.

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Il viaggiatore nel pallone

Invertendo i poli, il nord con il sud, intendo, possono capitare cose strane. Certo, le premesse, qualcosina,  lasciavano intendere:

Io: Allora, socio, come lo vedi il 18 febbraio? Biglietti economici, periodo dell’anno encantador. Si parte?

Il socio:  Sì, sì, partiamo, però, magari, la settimana dopo, che il 20 c’ho la trasferta in Galles. ‘O, Swansea-Napoli, Europa League. Da Brighton, mi viene facile.

E che fai, ti metti a complicare le cose semplici? Stop al volo e decidiamo di partire la settimana successiva. Arriviamo a Buenos Aires e la situazione sembra ancora sotto controllo: il socio si rintana in ostello per seguire via streaming Napoli-Swansea, il ritorno della partita di cui sopra, ma è un fatto episodico e io sono ancora immune. Poi, però, varchiamo il Rio de la Plata in armi: a Montevideo, la tipa che ci affitta le stanze ha la tv via cavo, con tutto il calcio europeo in abbonamento. Il goal è fatto.

E allora, succede che, una domenica, dopo un sabato ggiovane, tirato tardi e a tasso alcolico sostenuto, ci si alzi comunque alle 8, per vedere un innocente Juve-Fiorentina:

domenica nel pallone

Oppure, che, un giovedì pomeriggio, ci si scapicolli per arrivare presto a casa e illudersi con la rivincita di coppa:

1-andata coppa

Poi, capita che il fidanzato della padrona di casa ti inviti a “sederti col culo sulla Storia”: lo stadio è il Centenario, quello costruito per il primo campionato mondiale, che si giocò qui in Uruguay, nel 1930; la partita è Peñarol-Arsenal (Arsenal, sì, ma d’Agentina), match di ritorno della Coppa Libertadores. E che fai, ti metti a fare il difficile davanti alla Storia?

centenario targa

1-centenario squadre in campo

Succede pure che ti prendi un pomeriggio libero perché, stavolta, a quelli là, al ritorno, gliela facciamo vedere noi:

ritorno coppa

E poi, c’è Napoli-Fiorentina, il derby di calle Amorìn, Montevideo, fu derby di via Spontini, Ciampino. Fratelli diversi, risultato anche:

napoli fiore

Neanche il tempo di gustarmi la vittoria della Fiore, che ci invitano a una partita di  calcio del torneo universitario urugayo. E che fai, ti metti contro le nuove leve del fùtbol? Oh, mentre andiamo, il fidanzato della padrona di casa, sempre lui, il nostro anfitrione del pallone, realizza che gli hanno dato un’informazione sbagliata: la partita non inizia alle 17, è iniziata alle 16. Sono le 16.43 e lui decide di pigiare sull’acceleratore. Il socio è un tantino preoccupato:

1-bumma paura io

Nonostante la guida spinta e le pause, necessarie a insultare gli altri automobilisti, il nostro amico si rivela un anfitrione a tutto tondo: ci mostra le spiaggie, ci indica i monumenti più importanti, ci racconta perché quel quartiere si chiama così e perché quell’altro si chiama cosà. Arriviamo al 20′ del secondo tempo, giocano Elvio Fernandez contro Monte Sexto:

universicalcio

La partita termina con un pareggio, netto; la giornata finisce con proponimento, dubbio: perché io, col calcio, smetto quando voglio, no?

Va bene invertire i poli, però, mai incrociare i flussi, di coscienza.


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Silvino

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C’era un ragazzino che si chiamava Silvino. Il 2 gennaio del 2003, la madre chiede a Silvino di sbrigare alcune commissioni e di andare a fare la spesa. Siamo a Pirapey, Paraguay, e lo spaccio dista 3 km. Silvino li percorre in fretta, perché vuole tornare presto, che il pomeriggio va a scuola e non vuole fare tardi. Sulla via del ritorno, però, si imbatte in una macchina agricola che gli rovescia addosso una pioggia di Roundup, un pesticida prodotto dalla Monsanto. Silvino si toglie i vestiti e li lava nel pozzo. Quando rientra a casa, non dice nulla alla mamma, perché non c’è nulla da temere dai pesticidi, cosi avevano spiegato a tutta la famiglia. Due giorni dopo, Silvino viene ricoverato in ospedale in stato di shock anafilattico da glifosato e, dopo qualche ora, muore per arresto cardiaco.

Il Roundup viene utilizzato nei campi di soia transgenica. La quasi totalità della soia che si produce in Paraguay, Argentina, Bolivia, Brasile e Uruguay non viene consumata in sudamerica, prende la via dell’Asia e dell’Europa. Nel vecchio continente, viene data in pasto agli animali degli allevamenti intensivi, senza obbligo di menzione sull’etichetta. Ecco, a me, ‘sta cosa qua, non mi sta mica bene. Quindi, chiederò a Marco Furfaro, il candidato della Lista Tspiras che voterò alle prossime elezioni europee, di adoperarsi affinché l’Unione Europea:

– Obblighi gli allevatori che fanno uso di soia transgenica a indicarlo sull’etichetta dei loro prodotti

–  Tolga gli aiuti agli allevamenti intensivi e li destini agli allevamenti di qualità

– Finanzi politiche per ridurre il fabbisogno di alimenti importati e favorisca una produzione europea di cibo da destinare agli animali


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Viva la patria, gaucha.

C’alziamo presto, io e il socio, e, alle 6.40  siamo già alla stazione dei bus di Montevideo. Partiamo puntuali, alle 7, direzione Tacuarembò, nord dell’Urugay. La curiosità è tanta, guardiamo in continuazione fuori dai finestrini, assetati di paesaggi. Resistiamo circa 18 minuti, poscia, più che il furor poté il digiuno, di sonno: la sera prima, la padrona di casa ha cucinato un asado e noi l’abbiamo onorato;  io e il socio, poi, per l’occasione, avevamo comprato una bottiglia di vino uruguayo, il tannat, e l’abbiamo onorato; il fidanzato della signora ha portato un vino argentino e del whisky, e che fai, non li onori?  Insomma, tra onori e oneri dell’ospitalità, siamo andati a letto alle 2, dissimulando con mestiere la nostra ubriachezza. Di qui, il crollo e il risveglio dopo oltre tre ore, praticamente, già a destinazione. Neanche il tempo di scendere, uscire dal terminal e stropicciarci gli occhi, che dobbiamo stopicciarceli più forte: intorno a noi, cavalli e cavalieri, ponchos e panchos (la versione uruguaya dell’hotdog), frizzi e lazos. Sovraeccitati, molliamo gli zaini da Myrta, la signora 70enne che ci affitta la camera del figlio, e ci catafiondiamo alla Laguna de las lavanderas, dove si svolge la Patria gaucha, festa annuale dei gauchos. Qui, ne vediamo noi cose che voi cowboy non potreste immaginarvi:

carrettate di animali in fiamme sulla brace dei parrilleros di Orione:

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e abbiamo visto i gauchos cavalcare al buio di un ombra, vicino alle porte del ruedo de Don Omero:

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e monte che rimontano ai tempi che furono e che ancora sono:

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e bandiere dell’indipendenza:

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bandiere contese tra Argentina, Francia e Uruguay:

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e belle bandiere:

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E tutti questi momenti sono andati perduti come lacrime nella pioggia, quella del pomeriggio/sera del giorno dopo. Il mattino, invece, è stato sul pioverei, non pioverei, ma se poi; cosi,  ci siamo spinti fino al Balneario Iporà. Oh, pare che l’Urugay, nel ‘900, fosse considerato la Svizzera dell’america latina. Ora, non so il resto del paese, ma Iporà è parecchio elvetica:

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Che, Evita dopo la morte

Oh, torniamo a Buenos Aires, che, tanto, la linearità del racconto non è cosa nostra. E’ una bella giornata, ci alziamo carichi, sicuri di aver smaltito il fuso. Abbiamo deciso di andare alla Boca, anche se la guida dice di stare attenti, anche se la tipa dell’ostello ce lo sconsiglia, raccontandoci che, pochi giorni prima, un nord-europeo, di un nord imprecisato, si è avventurato e l’hanno pestato. Non ci lasciamo scoraggiare, contiamo sul nostro aspetto da sud-europei squattrinati. Usciamo e siamo in Avenida Florida, una strada di struscio e di negozi; di banche, di uffici e di uffici di cambio, clandestini. Sì, ogni 10 metri, o anche meno, c’è un tipo, o una tipa, che ti guarda e ti fa: “Cambio, cambio!”. E’ un po’ la via Sannio della valuta, con meno aggressività, però. Visto che stanno tutto il giorno piantati nello stesso posto, gli argentini li chiamano “arbolitos”. Tornando al racconto, neanche il tempo di incrociare due arbolitos e ci accorgiamo che, forse, il fuso lo dobbiamo ancora smaltire: il mio socio è uscito con la maglia da notte. Cambio! Mentre aspetto che torni, vedo un capannello multiracial multicultural sulla porta dell’ostello. Mi avvicino e capisco che si tratta di un’escursione per la città con visita del cimitero della Recoleta. Il socio arriva giusto in tempo per la partenza e ci aggreghiamo. Aadios Boca, ci vediamo ad aprile. Guida la spedizione Javier, seguono in ordine sparso: un signore presumibilmente americano, un signore sicuramente cinese, ipse dixit; una ragazza austriaca; due ragazze svizzere; due donne presumibilmente scandinave; noi.  La prima cosa che ci mostra Javier è un ragazzo con sette o otto cani al guinzaglio. Ci racconta che quasi un cittadino su due, a Buenos Aires, ha un cane e che, siccome siamo in un quartiere bene, incontreremo parecchi dog-sitter. Chiusa la parentesi canina, passa ad illustrarci un paio di edifici col tetto spiovente, a la parisien, la fotografia di quanto gli argentini, a inizio ‘900 volessero sentirsi francesi. Ma, siccome non si costruisce la casa dal tetto, anche se franzoso, va a finire che anche i soldi delle famiglie più abbienti terminano, e che le maison diventano sedi di ambasciate e consolati, gli unici che possono permettersi gli alti costi di gestione. La passeggiata è piacevole, con Javier si parla di cinema e letteratura, di calcio e di cibo. Special gift per noi maschietti italiani,  un corso ultrarapido di parolacce portegne. Tra una facezia e l’altra, arriviamo al cimitero della Recoleta. Si è fatto mezzogiorno, il sole è alto, Javier ci raccomanda di bere. Entriamo nel core-businnes dell’escursione, la nostra guida olia bene il fucile e ci spara una raffica di storie. Tre su tutte: la donna arrabbiata per sempre, la ragazza sepolta viva, Eva Duarte Peròn.

La signora Ramirez (nome di fantasia. E non per la privacy, è perché non ci ricordiamo quello vero) aveva sposato un ricco industriale e pare che, ogni giorno, spendesse come se non ci fosse un domani. Stufo che i suoi richiami alla sobrietà cadessero sempre nel vuoto, un bel giorno,  l’industriale si industriò: comprò una pagina del giornale più importante di Buenos  Aires per informare i commercianti della città che non avrebbe più pagato le cambiali sottoscritte dalla moglie. I soldi, già non glieli passava. Lei, la prese male, parecchio, tanto che, passato lui a miglior (?) vita, diede disposizioni per realizzare un monumento funebre che desse conto del suo astio, questo:

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Lui, grande e sul trono; lei tanto piccola quanto arrabbiata, per tutta la vita, e oltre.

La visita continua con Rufina, questa ragazza qui:

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Qui, la storia si fa triste: Rufina è cagionevole, passa l’infanzia troppo lontano dagli altri bambini e troppo vicina ai dottori. L’adolescenza le regala una bellezza diafana, la maggiore età le fa incontrare un fidanzato. Nonostante i problemi di salute persistano, le cose sembrano andare meglio, ma dura poco: di ritorno da una commissione, trova la madre in atteggiamenti inequivocabilmente intimi col fidanzato. Troppo per il suo debole cuore, muore all’istante. Altrettanto celermente, si svolge il rito funebre, forse, troppo velocemente: il guardiano del cimitero, la notte stessa, sente dei rumori provenienti dalla sala delle salme. Il giorno dopo, si decide di aprire la bara di Rufina e la trovano contratta, con le unghie delle mani spezzate. Sfortunata in vita e in morte, apparente.

La visita si conclude sulla tomba di Eva Maria Ibarguren, a me nota come Evita Peròn. Oh, lo spazio è stretto, tra due file di tombe, e la gente si assiepa. Noi rimaniamo un po’ in disparte, il socio si incunea e coglie un dettaglio, questo:

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La foto del socio ci viene bene, ci aiuta a capire meglio quello che ci spiega Javier: Evita è tanto amata, quanto odiata. Per un sindacato che omaggia la sua memoria con una targa, ce ne sarà un altro che la ricorderà affatto, così come, continua Javier, al momento della sua morte, c’era chi si disperava e chi, addirittura, scriveva sui muri: “W il cancro!”. Ma la cosa che ci colpisce di più è il destino del corpo di Evita: mummificato, venne esposto, prima, e cutodito nella sede di un sindacato, poi. Dopo il colpo di Stato militare che depose Peròn, nel 1955, le spoglie di Evita diventarono un problema politico: i militari temevano che il culto della Duarte potesse nuocere alla stabilità, la loro. Decisero, allora, di spostare di volta in volta la salma, sempre in una località diversa, fino a quando, nel 1957, il corpo arrivò in gran segreto in Italia e fu seppellito nel cimitero Maggiore di Milano. Lì sotto mentite spoglie, mortali, Evita riposò fino al 1971, col nome di Maria Maggi de Magistris. Dopo un passaggio in Spagna, la salma rientra in Argentina nel 1974 e, nel 1976, finalmente, il corpo di Evita trova sistemazione nel cimitero della Recoleta.


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immagine-blog3 Pampulo, Pampa, Parimpampuruguay! Magia rioplatense, un post e siamo già a Montevideo. E’ una notte di fine estate, fresca ma non fredda, di quelle che ti fanno ben sperare, perché, signora mia, da qualche parte esisteranno ancora le mezze stagioni, no? Molto meno rassicurante è la piega che prende il nostro primo appuntamento con dei montevideani: l’sms dice, testualmente, ci si vede a mezzanotte a casa di Claudia, per bere rum. La prendiamo con filosofia, paese che vai, movida che trovi.  Noi ci presentiamo puntualissimi, loro ci accolgono molto calorosamente, forse, anche troppo, visto che a me, per il ron&cola, tocca il bicchiere da birra. Cominciamo bene.
La serata (?!?) scorre piacevole, tra chiacchiere internazionali (una ragazza è spagnola), racconti di viaggi già fatti e progetti di viaggi futuri, scambi e fraintendimenti. Il mio socio vince una scommessa, puntando sul 15, i km che separano Tarifa dal Marocco. Ha la meglio sulla ragazza spagnola, che puntava sul 14. Giudice imparziale, la foto che lei stessa aveva messo su facebook, dove si vede chiaramente il cartello di legno che recita: 15 km. La posta in palio è un drink, ça va sans dire. Tra una chiacchiera e l’altra, si fanno le due, l’ora giusta (?!?) per andare in un bar, El Clandestino. Non prima, però, di aver versato il rum che rimane in due bicchieri di plastica per portarlo con noi, hai visto mai… Arriviamo al Clandestino e l’insegna ci colpisce subito: el bar del Fernet. Oh, quello che da noi è un amaro, qui si mischia con la coca cola e va molto di moda tra i ggiovani. In Argentina, lo chiamano Fernando, qui, semplicemente, Fernet y cola.  La prendiamo con allegria, paese che vai, bevuta che trovi. Fuori del bar, è pieno di gente, la serata (?!?) propizia le chiacchiere, il mix tra i gruppi. Col socio, ci inseriamo in una discussione tra 2 uruguayani e un brasiliano, la classica disputa tra empiristi e razionalisti: meglio Maradona o Pelé? Il socio dà il suo contributo da neutralissimo tifoso del Napoli, io rimango più distaccato. Mi accendo, invece, quando scopro che uno degli interlocutori fa parte di un gruppo di studenti che sostiene il Frente Amplio, e mi faccio raccontare un po’ di cose. La chiacchierata procede bene, con intermezzi vari; degni di nota, un 18enne inglese, ubriachissimo, che chiede per tre volte, a distanza di due minuti una dall’altra, come si chiama la strada in cui siamo e un trittico di cileni che mi chiedono di Pizarro e Mati Fernandez. Il tempo di ingurgitare un numero di rum&cola imprecisato ma maggiore o uguale a cinque, di aspettare che altre persone che si uniscano al gruppo, e si fanno le quattro, l’ora giusta (?!?) para ir a bailar. La prendiamo con rassegnazione, quando sei in ballo, devi ballare. Arriviamo al locale, ma scopriamo che è chiuso. Niente panico, las chicas fermano due taxi e tagliamo la città, destinazione Bluzz bar. Qui, troviamo pane per i nostri denti: rock&roll old style, rock rioplatense e anche un po’ di new wave. Si danza stretti, nel poco spazio che c’è, si sta come sul treno di Cassino i pendolari, e mi sento a casa. Tra ritmiche movenze e nuove conoscenze, si fanno le sei e un tipo dello staff dice che è l’ora sua, si chiude. E’ tassativo, ci lascia solo il tempo di salutare la ragazza che balla sul tavolo, che racconta che è fidanzata con Marco, di Lucca, e che vuole venire in Italia, “a farre l’ammore”. Bontà sua. Torniamo a piedi, perché una de las chicas è delusa che il locale abbia chiuso così presto e ci invita tutti a casa sua. Fortunatamente, ci perdiamo di vista durante il tragitto e, colpo gobbo, non le prende il cellulare. Mettiamo la chiave nella toppa alle 6.48, l’ora giusta (?!?) per andare a dormire.


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Ay milonga mi amor, ay temblor de volar

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Nessuno grida più: “Terra!”; è tempo di telecamere e schermi lcd, non di vedette, con buona pace di Colombo e anche delle gemelle Kessler. Cambia, todo cambia, però, quella roba là di fare l’applauso al pilota, ancora resiste, almeno sulla tratta intercontinentale. Io e il mio socio di viaggio non ci badiamo più di tanto, flettiamo i muscoli e siamo nel terminal. La coda alla dogana è tripartita (argentini, mercosur, resto del mondo), ma abbastanza lunga, tanto da regalarci un primo assagio del crogiuolo (passatemi la u in più ) di tratti, accenti, cadenze e movenze che ci aspetta. Mi tocca la casa doganiere n. 14, a strapiombo sulla barriera, di vetro. Ancor prima di apire il passaporto, il tipo mi fa: “Italiano!”. Io: “Si vede così tanto?”. Lui: sorriso bonario. Lui, in italiano, dopo aver aperto il passaporto: “Tifi Roma, vero?”. Io: “Ehm… Fiorentina”. Lui: “Ah, sì, Batistuta” [poteva andare peggio]. Io: “E tu?”. Lui, in spagnolo: “Boca, qui, c’è solo il Boca”. Io, incuriosito: “E il San Lorenzo, la squadra del papa, no?”. Lui, annuendo rassegnato: “Eh, il papa vende bene tutto…”. Io, in spagnolo: “Ma io già la conoscevo, è la squadra di Osvaldo Soriano.”.  Lui, sorridendo soddisfatto: “Qué te lo pases bien en Buenos Aires”.